Amarcord: Vent'anni fa il primo omicidio del 'Mostro di Sanremo'

Sanremo - Furono uccise due donne ad una settimana dall'inizio del Festival del 1992.

domenica 12 febbraio 2012 15:46 : Cronaca : Nessun commento
Bookmark and Share

Correva l'anno 1992, la città dei fiori era in attesa di ospitare il Festival che sarebbe stato poi vinto da Luca Barbarossa con la canzone 'Portami a ballare', mentre per la categoria giovani Aleandro Baldi e Francesca Alotta fecero innamorare gli spettatori dell'Ariston e l'Italia intera con 'Non amarmi'. Oggi vent'anni fa Wanda Rovatti, uccisa con 37 coltellate, diventava la prima vittima della scia di sangue lasciata dal becchino del cimitero di Valle Armea Paolo Savini. Quarantotto ore dopo sarebbe morta anche Annie De Sitter, uccisa con cinquanta coltellate, sempre per colpa della stessa mano omicida. Due donne unite da un mestiere comune, erano due attempate prostitute e da un uomo quel Paolo Savini, cliente occasionale che frequentava le 'belle di notte'. La Rovatti era originaria di Carpi, in provincia di Modena, ma si era trasferita a Sanremo negli anni '70, dove aveva preso alloggio con la figlia in corso Inglesi. A Sanremo era riuscita a risollevare le sue condizioni economiche frequentando facoltosi giocatori del Casinò. Annie De Sitter, invece era originaria di Haubourdin, un paese nei pressi di Calais nel nord della Francia e anche lei frequentava giocatori del Casinò, oltre a praticare il mestiere più antico del mondo come Wanda, nel suo appartamento di strada San Martino. 

In quei giorni ci furono altri due omicidi di donne, quelli di Giuliana Beghello e Iole Ceretti, i quali inizialmente furono collegati agli altri dagli inquirenti ma indagini successive sconfessarono questa ipotesi, attribuendo a Savini solo gli omicidi delle prostitute.

Paolo Savini, originario di Novellara un paese in provincia di Reggio Emilia, all'epoca aveva quarant'anni, sposato e con una figlia piccola, faceva il becchino presso il cimitero di valle Armea e tra le sue passioni c'erano le donne di vita, d'una certa età e l'eroina. Le cronache dell'epoca tracciano un ritratto di un personaggio schivo ma assai erudito, visto che aveva un diploma di maestro elementare e spesso con gli amici al bar, anzichè parlare di calcio, discuteva di filosofia. Gli amici dell'epoca dissero ai giornali che "Paolo ha parlato a lungo di storia delle religioni, e del grande saggista René Guénon. Era un grosso esperto di filosofia, aveva frequentato l'università". Inoltre era un cultore di giornalietti pornografici in versione violenta, oltre che un collezionista di videocassette a sfondo sadomaso.

E ciliegina sulla torta delle passioni estreme del Savini c'era la droga: i giornali raccontano che aveva iniziato a bucarsi, a farsi di eroina e il suo carattere era peggiorato, una 'misteriosa malattia' definita dalla moglie e dagli amici che l'aveva cambiato. Aveva poi bisogno di soldi, aveva chiesto ai colleghi un milione di lire in prestito, spesso si assentava dal lavoro sentendo il peso di quei due omicidi figli della follia di un uomo che dopo aver tenuto per 40 giorni una città col fiato sospeso, trovò la forza di iniettarsi l'ultima 'spada', quella letale, nella sua casa di via Pascoli, lasciando come testamento alle sue due donne poche parole: "So che non mi capirete, ma spero che mi perdoniate. Vi amo."

E in questo tetro clima il carrozzone del Festival arrivò a Sanremo ma si sa che the show must go on...

Su questa storia c'è il racconto di un testimone d'eccezione, Roberto Berio in quei giorni cronista del Secolo XIX che ha cosi riassunto quella vicenda: "C'era il terrore in città, tutti avevano paura che andasse in qualche casa... Il caso mostro di Sanremo fu in un certo senso l'antesignano degli omicidi in famiglia, tipo quello di Novi Ligure, in merito all'omicidio di Giuliana Beghello che poi si scoprirà essere stata uccisa dal fidanzato della figlia. Lui era molto conosciuto negli ambienti della sinistra sanremese - ricorda Berio parlando di Savini - e un giorno telefonò nella redazione del Decimonono per avere un appuntamento con un cronista, al quale lui non si presentò mai. Di sicuro fu una bella esperienza, se pur macabra, di giornalismo..."

scritto da Andrea Di Blasio