Rubriche | sabato 30 settembre 2017

Narrativa. "Ho perdonato Hitler: Capitolo Ottavo"

Il romanzo a puntate di Gian Piero Moretti

Capitolo ottavo

Passano gli anni, Giuditta divide le sue giornate fra casa e bar,
ritrova qualche amico della sua adolescenza interrotta tanto
bruscamente. La guerra sembra ormai lontana, ma a rinnovare i ricordi
ci pensano i reduci dalla campagna di Russia che tornano a casa dopo
anni di prigionia nei gulag e nelle miniere di piombo siberiane. Hanno
i volti scavati, sono tutti ammalati.  Molti non sopravviveranno alla
liberazione. Gli Anni Cinquanta coincidono con la ricostruzione. C'è
più lavoro ma solo pochi riusciranno a sfruttare il momento con grandi
speculazioni e a mettere da parte cospicue fortune. Per gli altri solo
fatica e fame. Finalmente Giuditta, ormai quasi  ventenne, incontra
l'amore. Un giovane del posto. Bello e timido che, per farsi notare,
diventa un frequentatore assiduo del bar e beve un caffè dopo l'altro.
Una domenica l'invita a fare un giro in collina con la sua Lambretta.
Lei accetta. È stanca della solitudine che l'accompagna da quando ha
lasciato Mauthausen. Si chiama Antonio e lavora nell'officina del
padre. Ripara moto, scooter, biciclette. Un lavoro sicuro, senza
padroni. Il padre è anziano, presto gli lascerà l'intera
responsabilità. Antonio e Giuditta si vedono tutte le domeniche. I
loro occhi trasmettono amore. Ma nessuno prende l'iniziativa. Lavora
in officina e beve fiumi di caffè per starle vicino. Fino a quando una
sera il timido Antonio le prende la mano, l'avvicina a sé e la bacia.
Prima le sfiora le labbra, poi si abbandona ad un bacio appassionato
che Giuditta ricambia con il cuore che batte forte. Non prima di avere
opposto un tentativo di respingerlo che somiglia più ad un invito che
a un rifiuto. Da quel giorno Antonio comincia a trascurare l'officina
per stare vicino alla sua Giuditta. Trascorre ore al bar. La guarda,
le sorride. E' innamorato. E' il 1950. La guerra è finita da 5 anni.
Lei lavora, lui ormai dirige l'officina. I soldi non abbondano, ma non
mancano neppure. Ci sono tutte le premesse per parlare di matrimonio.
Ma senza  fissare la data. Lei pone una sola condizione: vuole
sposarsi nella chiesa di Padre Candido.
<Sarà felice di darci la sua benedizione>.
Ma il destino crudele torna ad accanirsi contro di lei. Ancora più
crudele di quello che l'ha trascinata nel bordello di Mauthausen.
Almeno quella volta è tornata viva anche se segnata nel corpo e
nell'anima.
E' la prima domenica di primavera. La Lambretta di Antonio corre verso
la periferia di Bologna. I prati sono un trionfo di colori. Fiori e
profumi indicano che l'inverno è ormai alle spalle. Giuditta è seduta
sul sellino posteriore con le gambe accavallate. Si tiene stretta al
suo  Antonio. Per non essere sbalzata dal sellino, ma soprattutto per
sentire il suo calore. In una curva lo scooter sbanda sull'asfalto
reso viscido dalla rugiada e finisce a terra. Antonio si ferisce
leggermente, qualche escoriazione, lividi sparsi, una leggera
distorsione. Non c'è neppure bisogno di farsi vedere al Pronto
soccorso. Giuditta invece sbatte la testa contro la base dell'unico
albero che costeggia la strada. Un vecchio platano. Antonio cerca di
rianimarla, le accarezza i capelli,  la bacia. Ma lei rimane immobile
sull'asfalto, gli occhi sbarrati, un sottile filo di sangue le esce
dalla bocca. Al pronto soccorso dell'ospedale di  Bologna i medici
emettono una diagnosi che non lascia speranza:  <Coma irreversibile,
encefalogramma piatto>. Se sopravviverà resterà un vegetale.
Morta per Antonio, per i medici, per gli amici, per il padrone del Bar
Sport. Ma la morte non è, come si crede, la fine di tutto.

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