Rubriche | sabato 05 agosto 2017

Una piuma nel vento: il tatuaggio nelle culture Amerinde

Il tre agosto dell'anno del Signore 1492, alle sei del mattino, tre caravelle erano in partenza dal porto di Palos de la Fronteira, dirette verso le Isole Canarie sfruttando gli Alisei, venti che spirano da est verso ovest. Colombo, nostro onorevole compaesano, si accingeva a intraprendere questo viaggio, siccome era certo che andando verso ovest si sarebbe giunti in Asia, potendo così aprire nuove rotte per gli scambi commerciali. Il 12 ottobre del 1492 approdò sulle coste di San Salvador, dopo una tortuosa navigazione ricca di sabotaggi, ammutinamenti e amori: infatti, molti non sanno che il prode genovese ebbe una tresca con la vedova del governatore dell'isola di La Gomera, dove si fermò per modificare il veleggio delle caravelle. Il manipolo spagnolo venne accolto con cordialità dalla tribù indigena.

Come lo stesso Colombo scrive: « Gli abitanti di essa [...] mancano di armi, che sono a loro quasi ignote, né a queste son adatti, non per la deformità del corpo, essendo anzi molto ben formati, ma perché timidi e paurosi [...] Del resto, quando si vedono sicuri, deposto ogni timore, sono molto semplici e di buona fede, e liberalissimi di tutto quel che posseggono: a chi ne lo richieggia nessuno nega ciò che ha, ché anzi essi stessi ci invitano a chiedere » (Cristoforo Colombo, Prima relazione sul viaggio nel Nuovo Mondo, 14 marzo 1493). Il problema di questo racconto è che l'America fu raggiunta molto prima della scoperta fatta dal nostro abile navigatore.

Infatti, si sostiene che un gruppo di migranti di origine asiatica giunse, attraverso lo stretto di Bering, tra il 5000 e il 1500 a.C.. Con un leggero anticipo, diciamo. Questi immigrati d'Oriente portarono in territorio americano la cultura della body art. I nativi americani, popolo ricco di misticismo e spiritualità, hanno utilizzato spesso la pratica del tatuaggio per imprimere sui loro corpi simboli magici, storie di caccia e di vita, riti di passaggio e, anche, come semplice abbellimento estetico. La loro decorazione, solitamente, era costituita da semplici linee e disegni che caratterizzavano le appartenenze a tribù diverse. Anche le pratiche del piercing e della body painting erano molto diffuse, e venivano messe in atto per determinare uno status sociale all'interno della comunità. I mezzi erano molto rudimentali: pietre affilate, aculei di porcospino, lische di pesce e pigmenti colorati naturali. Nelle tribù di nativi Ohlone, abitanti dell'attuale baia della California e San Francisco, si tatuavano solo le donne a scopo decorativo ed estetico. Gli appartenenti alle tribù dei Cherokee e dei Cree erano soliti tatuarsi con la tecnica del martellamento (curioso notare che la stessa tecnica è utilizzata in Asia), utilizzando aghi realizzati con delle lische di pesce. I simboli preferiti erano immagini rituali e amuleti contro gli spiriti maligni, le malattie e la sfortuna: un esempio sono le grosse righe nere che andavano dal labbro inferiore fino al mento(utilizzate anche dagli Inuit). I Mica Mac, gli Iroquis e gli Haida usavano tatuarsi i totem come simbolo di appartenenza alla propria tribù. La pratica del tatuaggio metteva alla prova la forza, il coraggio e la sopportazione del dolore dei giovani che passavano all'età adulta. Oggi i tattoo dei nativi americani vengono eseguiti e venduti come prodotti commerciali. Il senso di possesso dei "visi pallidi" che invasero la loro terra, ora cerca anche di prostituire la loro tradizione. Solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato, Voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato. (Toro Seduto, capo della tribù dei Sioux) Luca Antonini.

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