Rubriche | sabato 29 luglio 2017

NARRATIVA. "Ho perdonato Hitler. Settimo Capitolo"

Il romanzo a puntate di Gian Piero Moretti

La sera del 4 maggio 1945 c'è confusione nel campo. Si odono colpi di
cannone in lontananza, spari  e urla di terrore. Le SS ammazzano tutti
gli internati che incontrano sul loro cammino. Sparano all'impazzata.
Si salvano dalla furia omicida solo quelli che si sono chiusi nelle
baracche del campo. Raffiche di mitra e vite spezzate a poche ore
della liberazione. I nazisti vorrebbero cancellare le tracce dei loro
crimini e far sparire i testimoni. Ma non hanno più tempo. Se vogliono
fuggire devono farlo subito e rinunciare alla strage. La camera a gas
funziona fino al 29 aprile, i forni fino al 2 maggio quando le SS
fuggono definitivamente e lasciano a fare la guardia ai sopravvissuti
un manipolo di vigili del fuoco di Vienna. Bravi cristi precipitati
nell'incubo senza neppure sapere il perchè. Gente che non saprebbe
fare del male ad una mosca. Non ci sono più uccisioni fino alla
liberazione, ma l'ultimo bilancio dei morti ammazzati è pesante: nel
solo mese di aprile la macchina della morte ha funzionato a pieno
ritmo. Almeno 10 mila ebrei sono stati uccisi ma i crematori non sono
riusciti a farli sparire tutti. E i cadaveri, ammucchiati,
testimoniano la portata della strage.
Gli internati capiscono che la liberazione è vicina e hanno paura che
la morte arrivi quando l'incubo sembra finito. Non sanno chi li
libererà: se gli americani che arrivano da Est o gli inglesi in marcia
da occidente. La mattina del 5 le prime camionette dell'armata
americana entrano nel campo senza incontrare alcuna resistenza. I
soldati trovano centinaia e centinaia di cadaveri, corpi senza vita
abbandonati dappertutto e poveri diavoli ancora in vita che sembrano
scheletri. Si aggirano increduli tendendo le mani nodose, chiedendo
cibo, acqua, medicine. I nazisti quegli scheletri viventi li
chiamavano mussulmani.
I tedeschi sono tutti fuggiti. Ma qualcuno non ha fatto in tempo ad
allontanarsi. E' stato catturato dagli americani e riportato al campo.
Molti hanno ancora addosso l'uniforme; qualcuno ha gettato alle
ortiche la divisa e ha indossato abiti civili nella speranza poter
sparire confondendosi con i civili sfollati in fuga di fronte
all'invasore. L'estremo tentativo per non destare sospetti. Tutti
hanno  la faccia dei vinti. La sconfitta si legge negli occhi, nelle
spalle curve, nella piega della bocca. Segnali di una paura che
rasenta il terrore. Sono consapevoli dei crimini che hanno commesso e
sanno che, presto, qualcuno presenterà loro il conto. Un conto davvero
salato.
 Giuditta ferma sulla porta del bordello, ormai orfano di clienti,
guarda i suoi carnefici sfilare fra due ali di soldati. I fanti
americani impugnano i fucili e tutti hanno la baionetta innestata con
una gran voglia di farne uso. I tedeschi marciano in fila indiana a
testa bassa.  Non hanno il coraggio di alzare gli occhi per paura di
incrociare quelli delle loro vittime. Basterebbe una scintilla, un
grido di vendetta per far scattare il linciaggio.
Lei li guarda ad uno a uno e ricorda, con un senso di nausea, ogni
attimo di intimità forzata trascorso nei dieci mesi di  soggiorno a
Mauthausen. Prova rabbia e disgusto. Non ha dimenticato un solo
particolare di quelle violenze mentre li osserva incamminarsi verso il
loro destino. Prigionia per alcuni, forca per chi si è macchiato di
crimini contro l'umanità.   Lei è un tassello di quell'umanità
sofferente. Non prova odio ma neppure pietà. Rabbia, dolore, ma anche
indifferenza di fronte alla sofferenza dei vinti. Il suo cuore, nei
lunghi mesi trascorsi nel bordello del campo, si è inaridito. Non
riesce più a provare emozioni. Tedeschi, kapo, guardie ucraine,
vengono accompagnati lontano verso un futuro pieno di incognite. In
coda al gruppo c'è anche la maitresse, con i suoi abiti sgargianti, il
cappellino con le piume, il trucco pesante che le cola sulle guance
bagnate di lacrime. Cerca di spiegare, protesta, piange, implora. Un
calcio nel grasso sedere la riporta ad una realtà, per lei ormai
ineluttabile. <L'ho fatto perchè volevo continuare a vivere> ripete ad
alta voce quasi a volersi convincere che non poteva sottrarsi a quel
destino. Al processo di Norimberga verrà condannata a 10 anni di
carcere duro. Morirà ammazzata in cella prima di finire di scontare la
pena. L'assassina verrà assolta: era una delle ragazzine polacche
giunte per ultime nel bordello di Mauthausen. La stessa che la donna
convocava nella sua camera la sera per soddisfare i suoi impulsi
lesbici. Si chiamava Marika e aveva 18 anni. Tutta la sua famiglia era
stata sterminata nei lager nazisti. Lei si era salvata solo perchè era
bella e desiderabile. Una preda ambita soprattutto dalla maitresse
lesbica. Marika, un anno dopo la fine della guerra, era stata
arrestata per un furto e il destino l'aveva indirizzata verso il
carcere e la stessa cella dov'era rinchiusa la maitresse. Era passato
del tempo ma la ragazza l'aveva subito riconosciuta e l'altra, di
fronte alla sua ex amante, si era subito passata alla lingua sulle
labbra nella consapevolezza che la giovane le si sarebbe concessa
anche in carcere rendendo meno tristi le lunghe giornate di cattività.
Proprio come aveva fatto nel campo di sterminio. Ma questa volta
Marika aveva deciso diversamente. <Non cederò>. Una coltellata alla
gola nel sonno aveva posto fine alla vita della maitresse omosessuale.
Al processo poteva finire male, ma il tribunale dei vincitori aveva
compreso il dramma e l'aveva giudicata non colpevole. Quasi avesse
commesso un atto di giustizia. Era uscita dal carcere mentre molti
gerarchi, criminali nazisti, SS e alti ufficiali della Wermacht che si
erano macchiati di crimini  salivano i 13 scalini della forca per
pagare il loro debito verso l'umanità.
Mauthausen è l'ultimo lager nazista ad essere liberato. I guardiani,
dopo la liberazione, sono stati portati via: nei campi di
concentramento in India, Stati Uniti o Sud Africa; davanti al
tribunale di Norimberga quei soldati che si erano resi responsabili di
uccisioni o anche di gravi  episodi di violenza. Gli internati,
invece, continuano a vivere nel campo. Chiusi dentro quelle mura ma
liberi. Il cancello resta  aperto giorno e notte e le torrette sono
deserte, scomparse le sentinelle, anche i cani hanno abbandonato quel
luogo di sofferenza e morte. Le mitragliatrici Spandau da 600 colpi al
minuto sono state rimosse, sono rimasti solo i treppiedi di sostegno a
ricordare le stragi commesse dai guardiani più per divertimento che
per necessità belliche. Le celle di punizione sono vuote, la camera a
gas e i forni crematori inattivi. Il camino non sputa più verso il
cielo fumo nero e maleodorante. Nessuno spara a chi si avvicina troppo
ai reticolati, nessuno condanna al cavalletto per chi non si toglie il
cappello al  passaggio di una SS.. Dal 5 maggio i deportati mangiano,
vengono curati, si riposano mentre gli ufficiali medici dell'armata
americana tentano di guarire le ferite fisiche, ma soprattutto, quelle
dello spirito. Le più difficili da curare.

Ti potrebbero interessare anche: