Rubriche | sabato 15 luglio 2017

Narrativa."Ho peronato Hitler: Capitolo sesto parte seconda"

Un giorno, dopo essere stata offerta a una decina di guardie e
funzionari civili del campo, si ribella di fronte all'ennesima
richiesta. Ad avanzarla è un bestione dalle carni flaccide e il volto
paonazzo per il troppo alcol ingurgitato: è un sergente delle waffen
SS ucraine di una quarantina d'anni che ha fatto della violenza e
della sopraffazione la sua ragione di vita. Puzza, è sporco. Una
bestia. Giuditta scappa via ma, prima, colpisce il grassone con uno
schiaffo al volto. Il regolamento del campo e quello non scritto del
bordello, non le lasciano alcuna speranza. Chi si ribella finisce ai
lavori forzati. Chi colpisce una guardia, va dritto sulla forca o
viene liquidato senza troppe cerimonie, con un colpo di P38 alla nuca.
Madame, in un improvviso slancio di umanità, le cinge le spalle e
l'accarezza. Cerca di consolarla per la fine imminente. Ormai è una
morta che cammina. Ma Giuditta, con i suoi 13 anni, era considerata un
bocconcino da non poter sacrificare solo perchè aveva detto di no al
sergente ciccione. Non poteva finire al crematorium solo per un
ceffone ad un ucraino, nient'altro che un animale dell'Est in
uniforme. Però andava punita per il suo gesto.   Nell'infliggere
punizioni le SS hanno sempre dimostrato di avere fantasia: sosta in
piedi sull'attenti nel piazzale dell'adunata, dal mattino alla sera e
con la privazione del rancio a pranzo o a cena, cella di rigore nel
bunker: una stanza con le pareti scrostate, senza luce né finestre
dove d'estate si moriva di caldo e d'inverno si gelava, o 25 colpi di
bastone. Il sergente delle SS responsabile della disciplina
all'interno del bordello aveva deciso:  le  sarebbero state
somministrate 25 nerbate sulle natiche. Rigorosamente scoperte, come
aveva imposto, con un ordine di servizio, il Raich fuhrer Heinrich
Himmler. Il capo delle SS, sadico ma sessualmente impotente.
La sentenza doveva venire eseguita davanti a tutti gli internati,
schierati sull'attenti, senza cappello in testa e in silenzio nel
piazzale delle adunate dove la mattina e la sera si tenevano gli
estenuanti appelli. La fustigazione deve svolgersi con un rituale  e
un cerimoniale che ricordavano le punizioni inflitte ai militari
prussiani. Con una differenza: i soldati prussiani erano giovani,
nutriti e nel pieno delle loro forze mentre gli internati faticavano
anche solo a stare in piedi, consumati da fame, lavori forzati e
maltrattamenti.
L'ora è stata fissata alle 16, con il sole ancora alto. Giuditta
attende tremante nella sua camera del bordello. Piange. Poi, però, si
fa coraggio e asciuga le lacrime.
 <Non gli darò la soddisfazione di vedermi piangere>. Ma non conosce
la sua soglia di sopportazione del dolore e non sa quanto siano
dolorose le nerbate:  <Le sopporterò, non mi sentiranno gridare>.
Ma non andrà così. Urlerà e singhiozzerà fin quasi allo svenimento.
Due kapò l'afferrano per le braccia e quasi sollevandola, e la
trascinano nel piazzale. Le SS ridono divertite pregustando la scena;
gli altri ospiti del campo tacciono e le lanciano sguardi che sono un
misto di pietà e di commiserazione. La legano al cavalletto di legno
ancora intriso delle lacrime e del sangue di tanti disperati
condannati alla fustigazione. Mani e gambe bloccate da strisce di
cuoio. Poi sghignazzando i due carnefici le scoprono le natiche,
tirano giù le povere mutande di cotone, e cominciano a colpire. Un
colpo si abbatte da destra, uno da sinistra in rapida successione.
Ogni frustata disegna una striatura prima rossa poi viola sulla pelle,
fino a quando comincia a lacerarsi e il sangue cola sulle cosce. Lei,
per orgoglio, si impone di non gridare, di non versare una sola
lacrima. Ma il dolore è insopportabile e dopo le prime sferzate dalla
sua gola salgono urla strazianti. Sempre più acute. Piange, urla,
implora ma i colpi continuano ad abbattersi sulla sua pelle
martoriata. Al dolore deve aggiungere anche l'umiliazione: oltre a
subire la punizione la condannata deve anche contare i colpi. <Uno,
due, tre>. Fino a 25 . E deve farlo in in tedesco. Se sbaglia i
carnefici ricominciano daccapo. Molti internati sono morti perchè non
sapevano contare in tedesco. Quando, con un filo di voce Giuditta
annuncia <Funf und zwanzig>, finalmente l carnefici si fermano. Ormai
devastata dal dolore non sarebbe riuscita ad aggiungere un altro
numero. Conclusa la punizione i due Kapò la slegano, le tirano su le
mutande che, sotto l'incalzare dei colpi, erano scese fino alle
caviglie e la riaccompagnano nel bordello. La devono portare a braccia
perchè le gambe non la reggono.
 La maitresse, di solito spietata, l'accoglie con un barlume di
umanità e le cosparge sulle ferite una crema per attenuare il dolore.
Per un paio di giorni potrà stare a letto. Ha la febbre,  delira,
dorme sonni agitati. Sogna il fratellino, la raffica esplosa da Faccia
da cane, la macchia di sangue che si allarga sull'asfalto. Le immagini
si trasformano in incubi. Il volto del fratello ha una mutazione e
assume i connotati di Faccia di cane, indossa l'uniforme delle SS, poi
le punta il mitra e fa partire una raffica. Le pallottole le
attraversano il corpo, ma dalle ferite non fuoriesce sangue. Non sente
dolore.  Poi si affloscia come un sacco vuoto e il sangue scorre a
fiumi. Gli incubi sono accompagnati da urla, il respiro è affannato,
suda. Si sveglia di soprassalto e non riesce più a riaddormentarsi.
La convalescenza è di breve durata: appena 48 ore dopo la fustigazione
è di nuovo in campo, pronta ad assecondare le voglie dei suoi
aguzzini. E' lo stesso ciccione che l'aveva fatta condannare a
chiedere di lei. Vuole <La ragazzina>. E la maitresse, per evitare di
finire lei con il sedere scoperto sul cavalletto, torna ad essere
spietata  e  la manda a chiamare. <Presto, fatti bella, il sergente ti
vuole> Giuditta, questa volta, accetta il suo ruolo di puttana e si
sottomette alle voglie del ciccione con un sorriso di sfida sulle
labbra.

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