Rubriche | sabato 13 maggio 2017

La "pedofilia musicale" della discografia italiana. Di Maurizio Scandurra

Come chi produce musica ha drasticamente abbassato il target di acquirenti di dischi

Il buongusto manca, fatte rare eccezioni, nella musica italiana, ormai da quasi vent’anni abbondanti. E, più precisamente, dalla seconda metà degli anni Novanta in poi. Da quando il mercato dei dischi, accusando una forte e consistente fase di ‘stanca’, ha pensato bene, agli albori del 2000, di fondersi con la tv.

Pensando che l’ondata di popolarità che trasuda dal piccolo schermo investisse benevolmente anche le vendite dei cd di chi transita dalla porta dei talent show. Perché accade tutto questo? Le case discografiche hanno compiuto due errori epocali. Il primo, consiste nell’aver offerto il fianco al mercato di internet. Si sono umiliate e hanno abbassato i pantaloni al web che avanza, credendo, stupidamente, che la musica fosse costretta a passare di lì. Che i dischi non si sarebbero più venduti.

Hanno vergognosamente svenduto al popolo della rete il loro prodotto punta di diamante: il disco fisico, che solo loro possono avere e produrre, anziché difenderlo a spada tratta. Se solo avessero voluto, avrebbero potuto far muro comune per evitare la smaterializzazione e la digitalizzazione della musica, coltivando nell’utenza il gusto e il piacere di continuare ad avere il possesso di un album, disco o vinile poco importa. Avrebbero salvato il mercato e se stesse da un’inarrestabile rovina, anziché continuare a licenziare gente e a fondersi l’una con l’altra, proprio perché i dischi non si vendono.

Se io sono un soggetto economico che ha una posizione di privilegio sul mercato, la difendo a spada tratta, indipendentemente dalle evoluzioni del mercato, proprio perché il mercato sono io a costituirlo e a dirigerlo: questo è un assunto economico basilare e al tempo stesso evidente.

Il secondo errore madornale? Aver puntato solo ed esclusivamente su giovani e ragazzini, trascurando pubblici più ampi e dalle maggiori capacità di spesa. Non è vero che la gente non compra dischi, aprite bene le orecchie. La gente non acquista cd perché vengono solo pubblicati album di giovanissimi e bebè, tra un po’. Ecco perché, a ragione, parlo di ‘pedofilia musicale’, il gravissimo ‘reato’ compiuto dalle case discografiche italiane.

La musica, i testi, i suoni e le canzoni sono tutte uguali in Italia, sono un mix malriuscito di pop e dance che fa tristemente il verso alle produzioni anglosassoni e americane, anziché esportare nel mondo la sola cosa che artisticamente ci distingue: le belle voci, e la melodia italiana. Le case discografiche continuano a sfornare solo gente in età da latte che pescano qua e là sul web pensando così di fare chissà quali numeri: per una stagione, magari. E poi? Avanti il prossimo? Spremuto come un limone un giovane, ne cerchiamo un altro cui far fare stessa fine. Senza rispetto alcuno per la persona, trattata alla stregua di un barattolo di pelati sugli scaffali dei supermarket.

Non è così che si fa. Se il romanticismo, l’eleganza, la raffinatezza e l’emozione sono elementi scomparsi dalle canzoni dei giovani, è proprio perché, abbassando l’età drasticamente, non si dà il tempo a un artista di elevare e completare la propria cultura e sensibilità. Se uno viene lanciato sul mercato ed è cresciuto a pane, dance e rap e rumoracci che non fanno rima con musica, che tipo di emozione ti aspetti da uno così? Perché un 30enne, un 40enne, una persona dai 50 anni in su, allora dovrebbe comprare questi dischi di oggi? Dischi senza poesia e contenuto? Nessuno pensa – anche perché costa – a coltivare degli artisti. A scommettere su gente anche più in là negli anni, ma che canta e suona da paura, e meriterebbe di avere un’opportunità.

 

Un tempo, a vent’anni, nascevano Mango, Dalla, De Andrè. Oggi, invece, abbiamo Rovazzi, Benji e Fede, Fedez e altri. Che tristezza. Siamo proprio rovinati.  



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