Notizie | sabato 06 maggio 2017

OPINIONI - Che fine farà la musica italiana?

Urge un’inversione di tendenza, per evitare il rischio di una pericolosa involuzione - Di Maurizio Scandurra

La musica italiana si è intrecciata con il web. Dopo i talent, a dettar legge nelle case discografiche sono i giovani che ottengono visualizzazioni su Youtube. Dal rap, alla musica demenziale, ai tormentoni estivi, sempre più artisti emergenti vengono contrattualizzati in base ai risultati, spesso e volentieri milionari, in termini di ‘views’ dei propri video.

Questo perché gli addetti ai lavori, o presunti tali, pensano, così facendo, di giocare sul sicuro. In che senso? I giovani pseudoartisti hanno già un loro fortissimo e nutritissimo seguito, e quindi vuol dire che tutti loro aficionados compreranno il singolo e l’eventuale nuovo, primo disco. Una teoria assurda, un’equazione pericolosa che, se da un lato ha consentito a chi produce musica di ottenere ampi e immediati ricavi, dall’altra produce una tendenza opposta: anziché guardare nel lungo periodo, e cercare di creare artisti capaci di consolidarsi e durare nel tempo, si innesca una brutale e nefasta guerra alla ricerca dell’ultima novità.

E così, un giovane, anche se venuto dal web, dura giusto la stagione di un’estate o di un anno, al massimo, di sovraesposizione in radio, video e web. Mancano i contenuti, non si può vivere di slogan, di frasi fatte, di baggianate e volgarità di cui ormai è piena la musica. Così come non si può vivere di soli teenagers cantanti alla stregua di quel che fanno inglesi e americani.

Tra un po’ ascolteremo dei neonati gemere in radio col biberon in bocca, se la tendenza è quella di abbassare drasticamente l’età degli artisti, ed è anche quella di far sì che il cantante sia figo, bello palestrato e tatuato: insomma, una persona più da vedere che da ascoltare. I giovani d’oggi ascoltano porcate e cretinate, sono completamente privi di gusto e orecchio musicale: per nulla abituati alle belle voci intonate e capaci, ascoltano qualsivoglia idiota che sbraiti o gridi o stoni persino – nei dischi come nel live -, basta che faccia ridere, che sia spensierato, che alleggerisca testa e cervello (vuoto, aggiungo io).

La musica diventa quindi una leva di scarico dalle tensioni, un invito a far massa senza pensare e, nel peggiore dei casi, a trasgredire rinnegando se stessi e il proprio quotidiano. Si pensa erroneamente che gli unici cantanti emergenti in Italia siano quelli usciti dai talent, che le novità musicali passino solo dalla televisione, dimenticando invece quanta brava gente che non si piega a questo diabolico sistema esista invece in giro.

Così facendo, le case discografiche, per pensare di più all’oggi che al domani, sono diventate schiave di un meccanismo malato e non producente che rende difficile il poter pensare a progetti a lunga gittata. Decretando così la propria fine, e la fine della musica italiana. Quella vera. Che fa rima con qualità, non solo con quantità. A meno che non si verifichi una clamorosa inversione di marcia, visti i segnali di stanca e primi cedimenti che questo finto mondo dorato, finalmente, comincia ad accusare. Confido nei miracoli.

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