Rubriche | venerdì 05 maggio 2017

Narrativa. "Il sommergibile che non si è arreso: La resa dei conti"

Il romanzo a puntate di Gian Piero Moretti

La resa dei conti

All'Ammiragliato sono tutti in fibrillazione. Una trappola dello
Spina? O davvero i russi vogliono attaccare il "Sacro suolo" degli
Stati Uniti?
Dickens non vuole rischiare. La posta è troppo alta per sottovalutare
la minaccia. Dalle basi militari della Costa orientale salpano
portaerei, corazzate, incrociatori, caccia e navi appoggio. Sono più
di cento. Una forza navale micidiale che, grazie alle coordinate
fornite dagli italiani, si dirige dritta verso il convoglio sovietico.
I 78 sommergibili rimasti dopo l'attacco dello "Spina", vengono
avvistati all'alba. Ma già all'imbrunire del giorno precedente i radar
avevano intercettato la flotta. Quando il sole si alza all'orizzonte
il cielo sopra i sommergibili è oscurato dalla presenza di 200 aerei,
mentre le navi da battaglia brandeggiano i grossi calibri pronti a
scatenare l'inferno. Ma nessuno spara. Non una bomba, non un siluro
viene lanciato contro le navi avversarie. Alla Zhurba Stanislavovna
ordina ai comandanti della flotta di fermare i motori. "Posti di
combattimento, ma che nessuno spari". La flotta resta in attesa di
ordini. Che arrivano poco dopo dal Cremlino con un dispaccio cifrato
top secret: "Missione annullata, tornare a Murmansk". Il dietro front
avviene quando mancano poche decine di miglia dalle acque territoriali
Usa. Se avessero violato i confini sarebbe stata la guerra. Guerra
totale.
Qualche giorno dopo l'agenzia Pravda, batte un dispaccio che fa il
giro del mondo: "Il governo dell'Unione Sovietica protesta per
l'aggressione di cui è rimasta vittima in acque internazionali una
flottiglia di sommergibili di Mosca che avrebbe dovuto partecipare ad
un esercitazione".
L'ammiraglio Dickens, giunto ad un passo dallo scatenare una nuova
guerra mondiale, legge e rilegge il dispaccio. Poi appallottola il
foglio e lo getta nel cestino della carta: "Ci vuole un bel
coraggio...". E pensa al comandante dello "Spina". Prima ha dichiarato
guerra agli Stati Uniti, prendendosi gioco della flotta più potente
del mondo, poi mette a repentaglio battello ed equipaggio per impedire
una seconda Pearl Arbor.
Le perplessità di Dickens vengono recepite dalla Casa Bianca. Il
presidente Truman, però, dopo un consulto con i suoi più stretti
collaboratori, detta il messaggio da trasmettere via radio al
comandante del sommergibile italiano: "Il vostro gesto ha salvato gli
Stati Uniti. Lo sprezzo del pericolo dimostrato e il coraggio che ha
caratterizzato lo scontro con preponderanti forze nemiche vi pongono
in una luce diversa. Non più nemici, ma amici nel rispetto di un
rapporto che ormai da anni lega l'Italia del dopo-Mussolini agli Stati
Uniti".
Al comandante e all'intero equipaggio è stata concessa l'amnistia per
tutte le azioni di guerra commesse dopo la fine del conflitto. La
stessa iniziativa è stata adottata dagli alti gradi della Marina
italiana nei confronti di tutto il personale che ha disertato
schierandosi con il sommergibile pirata.
Prima, però, il comandante Spina dovrà consegnare il sommergibile. A
Dickens in persona. E riceverà l'onore delle armi.
Il comandante italiano chiama a rapporto l'intero equipaggio. "E'
finita, torniamo a casa". La voce asciutta di Spina non nasconde una
punta di emozione.
La consegna del battello è fissata per sette giorni dopo nella baia di
New York, con la benedizione della Statua della Libertà. Al largo, ad
attendere il sommergibile italiano, incrociano due cacciatorpediniere
dell'ultimissima generazione in stato di massima allerta. C'è anche un
incrociatore della rinata Marina militare italiana.
"Non fidatevi". Dickens era stato chiaro durante l'incontro con i
comandanti delle navi. "Quell'italiano è un figlio di puttana".
Esattamente all'alba del settimo giorno i radar segnalano un battello
in avvicinamento. A bordo dei caccia suona la sirena d'allarme e i
serventi dei pezzi si precipitano ai posti di combattimento. Ma non
c'è bisogno di sparare. Lo "Spina" si avvicina lentamente con il
motore diesel che tossisce e spara un denso fumo nero. E lo scafo
leggermente inclinato su un lato. Il sommergibile, onore della Regia
Marina, non ce la fa più. E' alla fine della sua carriera. La figura
del comandante si erge nella torretta, parte dell'equipaggio è
schierato sul ponte. Il tricolore con lo stemma di Casa Savoia
ricorda, con orgoglio, che quel sommergibile è italiano. Un caccia si
pone a prua, l'altro segue il sommergibile a poppa. Fino all'interno
della baia dove hanno trovato posto centinaia di imbarcazioni.
L'arrivo dello "Spina" viene salutato da un concerto di sirene. I
rimorchiatori sparano getti d'acqua in aria, sulla banchina migliaia
di persone applaudono quei nemici che hanno salvato gli Stati Uniti e
il mondo. E sventolano bandiere bianche, rosse e verdi. Migliaia di
emigranti giunti negli States in cerca di fortuna.
Spina è percorso da un brivido, a qualcuno, fra i “pirati” del
sommergibile, spunta una lacrima. Berio si dà di gomito con capo
Delaude e con Giancarlo Guglielmino, il medico mancato a causa della
guerra che per otto anni si è alternato fra la camera siluri, il
cannone  e l'infermeria di bordo: "Questa volta torniamo davvero a
casa".
Al momento di attraccare alla banchina della base militare un
picchetto di marines in alta uniforme scatta sull'attenti e presenta
le armi. Inorgogliti i corsari dello "Spina" scattano sull'attenti e
spingono il petto in fuori. Il comandante saluta il picchetto d'onore.
Poi scende a terra. Ai piedi della scaletta l'attende un alto
ufficiale. E' J.J. Dickens: “Comandante, ci ha fatto vedere i sorci
verdi”. Sorride e tende la mano all'ufficiale italiano.

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