Notizie | sabato 18 marzo 2017

Narrativa. "Il sommergibile che non si è arreso: Il grande freddo"

Il romanzo a puntate di Gian Piero Moretti

Il grande freddo

E' la fine dell'estate quando lo "Spina" affronta le acque gelide e
tempestose dello stretto di Bering. Nonostante il sole la temperatura
è già abbondantemente sotto lo zero e le vedette immobili nella
torretta faticano a restare esposte ai venti che scendono dal Nord.
Per evitare casi di ipotermia i turni di guardia hanno tempi limitati:
non più di venti minuti.
 Spina, dopo aver esaminato le mappe della zona, decide di cercare
rifugio nell'arcipelago delle isole Diomede. Due grandi scogli
esattamente al centro dello stretto. Da una parte c'è l'Alaska,
dall'altra l'estremo oriente della Russia. La Grande Diomede
appartiene agli Stati Uniti; la Piccola Diomede alla Russia. Il
confine geografico e politico fra le due superpotenze passa proprio
fra i due atolli che distano un paio di miglia l'uno dall'altro. La
“Grande” è abitata; nella “Piccola” c'è un villaggio di pescatori, un
centinaio di anime che vi soggiornano solo nella stagione calda.
"Forse hanno abbandonato le loro case per spostarsi in luoghi meno
inospitali. Ma potrebbero essere ancora sull'isola": Spina è indeciso.
Non vuole rischiare. "Andiamo più a Nord" ordina.
L'ultimo abbordaggio ha assicurato combustibile e rifornimenti.
"Abbiamo cibo per qualche mese" comunica il responsabile della
cambusa. Rassicurato Angelo Spina indica la rotta: "Direzione le acque
del Circolo Polare Artico".
La navigazione, con il passare dei giorni, diventa più difficile: il
freddo è intenso, il mare sempre più agitato e, fra la schiuma bianca
delle onde, ogni tanto spunta un iceberg. Enorme e minaccioso.
Lo "Spina" procede sempre più verso Nord. Oltre il Mare di Chukchi,
più in alto del Point Barrow, il punto più a Nord degli Stati Uniti.
Spina ha individuato il nuovo rifugio del sommergibile: l'isola
Herschel. Al largo della penisola canadese dello Yukon. Sul finire
dell'Ottocento la zona Pauline Cove, la meno battuta dal vento, era
stata trasformata in una stazione baleniera. Poi, gradualmente, era
stata abbandonata dagli oltre duemila abitanti fino a diventare un
paese fantasma. "Ci potrebbero ancora essere delle case in buono
stato, passeremo l'inverno sotto zero" dice il comandante. Non sa,
anche se lo sospetta, che da quelle parti il termometro può scendere
fino a meno 40.
 "Terra in vista" grida la vedetta di prua. L'isola è completamente
piatta. Priva di vegetazione, solo neve e ghiaccio. Se al mondo esiste
un posto inospitale si chiama Herschel. Ghiaccio otto mesi all'anno e
una tundra sconsolata quando arriva – si fa per dire – il bel tempo.
Lo Spina si avvicina alla riva con la massima precauzione. L'addetto
al sonar controlla il fondale per evitare scogli affioranti. Ma il
mare non riserva brutte sorprese. Herschel è un grosso scoglio.
Affiora appena e ha pareti verticali che sprofondano negli abissi per
oltre 200 metri simile ad un enorme menhir, uno di quei megaliti
monolitici tanto cari agli studiosi di cultura preistorica.
Impossibile gettare l'ancora: lo "Spina" dovrà essere ormeggiato
contro le pareti rocciose con picchetti a terra e parabordi per
evitare i contraccolpi provocati dalle onde. Nessun particolare
accorgimento per la mimetizzazione. Ci penseranno neve e ghiaccio a
renderlo invisibile.
"Cerchiamo il punto più riparato". L'ordine del comandante risveglia
le vedette ormai intirizzite dal freddo. Sul ponte i due secondi di
bordo scrutano la costa frastagliata alla ricerca di un approdo che
risponda a due requisiti fondamentali: una parvenza di protezione dai
marosi e la possibilità di confondere lo scafo innevato del
sommergibile con il candido bagliore della terraferma. Nella parte
nord dell'isola trovano i resti dell'antico villaggio di Pauline Cove
con quello che rimane di un pontile ancorato alla roccia. La manovra
di avvicinamento si rivela difficile ma non impossibile. I marinai
gettano i parabordi mentre due uomini scendono a terra con grossi
picchetti e pesanti mazze. Dopo neppure un'ora gli ancoraggi sono
pronti per collaudare le cime. Gli ormeggi tengono. Lo Spina è
ancorato alla costa, immobile nonostante onde e risacca.
"Controlliamo le baracche". Spina e due uomini scendono a terra e
raggiungono il piccolo villaggio di pescatori. Non si vede anima viva
ma per precauzione impugnano le armi. Molte baracche sono state
letteralmente corrose dal tempo ma un grosso edificio di mattoni ha
resistito a quasi un secolo di intemperie. Il tetto ha tenuto. Porte e
finestre, però, non esistono più e l'interno è pieno di neve.
Una squadra di marinai si prodiga in una autentica caccia al tesoro
alla ricerca di tutto ciò che può servire a riparare i danni.
Soprattutto tavole. In una baracca sopravvissuta agli anni i marinai
trovano attrezzi da lavoro, tavole ancora in buono stato, bottiglie
vuote, legna da ardere. Più in là recuperano un vecchio tavolo e
alcune sedie. "Legno buono se ha resistito così a lungo" commenta il
capo squadra.
Nei primi giorni l'equipaggio resta confinato all'interno del
sommergibile. I motori girano un'ora al giorno per tenere le batterie
in carica e assicurare un minimo di tepore dentro lo scafo d'acciaio.
Il carpentiere di bordo, invece, si mette al lavoro con assi e chiodi
per costruire finestre e porte di fortuna. Il legno non basta e, per
tappare i buchi, verranno utilizzati blocchi di ghiaccio. La stessa
tecnica applicata dagli esquimesi per costruire i loro igloo.
In pochi giorni il vecchio rifugio di pescatori diventa una piccola
caserma. L'interno è stato ripulito e asciugato. In un angolo,
utilizzando  mattoni recuperati in una baracca e una canna fumaria,
vecchia e malandata, il carpentiere di bordo ha costruito un camino.
Sarà alimentato con la legna delle baracche. Almeno per un po'.

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